5 febbraio 2010

APPRODO: Non una riforma epocale ma la fine di un’epoca

di Alessandra Cenerini

Presidente nazionale ADi

Un riassetto che chiude un’epoca

Questa riforma non è epocale, come ha solennemente dichiarato il ministro Gelmini, ma chiude sicuramente un’epoca, quella delle sperimentazioni selvagge che avevano condotto a 683 corsi sperimentali e a 88  progetti assistiti che si aggiungevano ai 97 percorsi ordinamentali.

Un po’ di ordine  viene fatto, ma non c’è il nuovo all’orizzonte.

Non c’è innovazione che si rigenera sulla tradizione, ma un riassetto che si carica del fardello dei difetti di questi ultimi 30 anni.

La “visione” della riforma  bloccata al 1978, poi regressione

La visione che in qualche modo aveva accompagnato il dibattito della riforma della scuola superiore si offuscò dopo il fallimento del disegno di legge (A.C. 1275) approvato dalla Camera il 28 settembre 1978, con i voti anche del PCI, ma che non passò al Senato per la fine della legislatura.

Quel testo aveva un’impostazione molto più lungimirante dell’attuale riforma, infatti:

  1. riorganizzava tutta l’istruzione superiore in 4 grandi aree a cui erano riconducibili tutti gli indirizzi: 1) artistica (musicale e visivo-ambientale), 2) linguistica-letteraria (classico e moderno), 3) matematica,fisico tecnologica, naturalistica (biologico-sanitario, chimico, fisico-elettrotecnico,informatico-elettronico, scienze agrarie, scienze delle costruzioni e del territorio), 4) delle scienze sociali (economico-giuridico, scienze umane e sociali)
  2. accentuava la cultura del laboratorio e del lavoro
  3. dopo il primo biennio,attribuiva un  peso progressivamente maggiore alle discipline di indirizzo, fino a dedicare tutto il 5° anno all’approfondimento delle discipline di indirizzo e della relativa pratica di lavoro, così da promuovere sia l’acquisizione, per areedi professionalità, di capacità e competenze per l’ingresso nel lavoro, sia la preparazione necessari per il proseguimento degli studi a livello muniuversitario in coerenza con gli indirizzi prescelti”
  4. prevedeva insegnamenti e attività elettive
  5. poneva la questione della conclusione della scolarizzazione a 18 anni, agendo su scuola dell’infanzia elementare e media. E altro ancora.

30 Anni di sperimentazioni “alla cieca” con il consenso di tutti

La responsabilità della successiva regressione, è di tutti, nessuno escluso, perché nessuno ha avanzato ipotesi che fossero fondate su un’analisi documentata, rigorosa e obiettiva  delle sperimentazioni che hanno percorso le nostre scuole a partire dalla seconda metà degli anni ’70.

E’ stato un consenso alla cieca, perché non c’è stata valutazione alcuna, nonostante il decreto legislativo 419/1974, che avviò l’epoca delle sperimentazioni, l’avesse prevista e nonostante il DPR 275/99, il Regolamento sull’autonomia, all’art.11 (“Iniziative finalizzate all’innovazione”) avesse stabilito che I progetti devono avere una durata predefinita e devono indicare con chiarezza gli obiettivi; quelli attuati devono essere sottoposti a valutazione dei risultati, sulla base dei quali possono essere definiti nuovi curricoli e nuove scansioni degli ordinamenti degli studi”

Di quelle sperimentazioni, di quei progetti, assistiti o meno, nessuno ha mai chiesto la valutazione e non sono mai stati da nessuno contestati, perché le tre direttrici lungo le quali si sono sviluppati hanno avuto un consenso quasi unanime. Esse sono:

  1. l’aumento delle discipline
  2. il correlato aumento dell’organico
  3. la possibilità per le scuole di fare marketing presso genitori e studenti con una cornucopia di offerte, attraverso i due istituti dell’autonomia e della sperimentazione,  creando un vero e proprio mercato dell’istruzione secondaria superiore

Che cosa si sarebbe dovuto valutare

La valutazione avrebbe dovuto quantomeno riguardare 3 punti strategici:

  1. l’efficacia dei percorsi curricolari rispetto all’inserimento nella vita attiva,
  2. l’efficacia dei percorsi curricolari rispetto agli studi universitari,
  3. la valutazione del “valore aggiunto”  fornito o non fornito dal prolungamento della scolarizzazione fino a 19 anni  rispetto all’inserimento nella vita attiva o all’università, in confronto ai tanti Paesi in cui la scolarizzazione finisce a 18 anni.

E’ evidente che senza nessuna valutazione di questi tre elementi, qualsiasi riforma che andasse a toccare, anche per nobili motivi (migliore apprendimento ecc..), il numero delle discipline, l’orario scolastico, il numero di anni di scolarizzazione e quindi l’organico dei docenti sarebbe stata considerata solo in termini di tagli  economici, e quindi da condannare e contrastare, chiunque fosse stato al governo.

La preoccupazione più forte per l’istruzione e la formazione professionale

La preoccupazione più forte rimane nei confronti di quei settori dell’istruzione che oggi raccolgono gli alunni più deboli, gli istituti professionali, che avevano bisogno di un profondo riordino, di semplificazione dei curricoli, di forti iniezioni di cultura del lavoro, di accorciamento degli anni di scolarizzaione, di progressiva unificazione con la formazione professionale.

Invece gli istituti professionali sono stati omologati ai tecnici e si tace sulla formazione professionale, sugli standard nazionali della formazione professionale, sulle nuove qualifiche triennali e quadriennali.

Di questo ha grandissima responsabilità la sinistra che è rimasta cieca di fronte al bisogno di innovazione di questi settori, li ha semplicemente rimossi, come ha rimosso la questione dell’apprendistato (si veda La missione dell’apprendistato di Livio Pescia  ).

Un futuro da costruire

In conclusione, il riordino del 2° ciclo varato il 4/01/10 dal Consiglio dei Ministri è assolutamente modesto, ma tenta di mettere un po’ di ordine in una situazione di massima anarchia.

I problemi di fondo, come abbiamo tante volte avuto modo di dire, rimangono intatti. Il futuro è  da costruire.

Abbiamo 5 anni davanti, bisogna avere le idee e la forza per innovare, senza rivendicare nuove riforme ordinamentali che farebbero per l’ennesima volta azzerare il processo.

Si cominci ad applicare al meglio ciò che esiste, a cominciare dalla decentralizzazione con l’attuazione del Titolo V della Costituzione.

Il percorso va costruito cammin facendo.

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